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Ali e Radici Tour 2009
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Eros ambasciatore, via al tour mondiale
Kolossal a Rimini: «Ma l'Italia è lenta»
Ramazzotti, le date più attese: 21, 22, 24 e 25 novembre a Roma, il 30 novembre e l'1, 2, 4 e 5 dicembre a Milano

RIMINI - Rimini, provincia del mondo. La riviera romagno­la è stata per anni uno degli avamposti dell’Italia che sape­va parlare altre lingue. A ricor­darle il ruolo ci ha pensato Eros Ramazzotti, il re del made in Italy musicale, che ha scelto il 105 Stadium per il debutto del suo tour mondiale. Un pal­co così imponente e un allesti­mento così ricco da fare con­correnza alle star internaziona­li. In Italia nessuno aveva mai osato tanto. «Per amicizia con Eros e per amore verso il vo­stro Paese, dove ho casa, abbia­mo lavorato più che per altri. Allo stesso prezzo. Che rimane alto» scherza il regista Serge Denoncourt, esperienze col Cir­que du Soleil.

La scenografia è imponente. Otto container, in due colon­ne, formano un muro sul pal­co. L’inizio dello show, prece­duto dalle atmosfere world del­la band dell’angolano Yuri Da Cunha, si fa annunciare da un rumore assordante di cantiere, di porto. Una troupe di operai, con casco giallo, fa calare dal­l’alto un altro container. È da lì dentro che, caduta una parete, Eros si presenta, seduto a una scrivania, per «Appunti e no­te», dal nuovo «Ali e radici» (1 milione di copie nel mondo). I container sono una sorpresa. Ruotano, si aprono come scato­le, fanno da schermo per proie­zioni. Quando scorrono, il fon­dale diventa un’ulteriore super­ficie per i video, uno degli ele­menti di maggior fascino dello spettacolo: «Dove c’è musica» è illustrata da manifesti strap­pati alla Rotella; la volta celeste sottolinea «Stella gemella» su cui Eros imbraccia la chitarra che non molla per «Terra pro­messa » e nel medley «Una sto­ria importante - Adesso tu». In «Se bastasse una canzone» Ra­mazzotti si lancia in un lungo assolo che scatena i 7 mila pre­senti. L’impostazione di questa prima parte del concerto, la più trascinante, quella meglio messa a punto, è rock. Eros se la gode, glielo si legge in fac­cia. «Farei un’ora e mezza solo suonando. Le radici sono l’esperienza di questi 25 anni, le ali sono la musica del mo­mento, il rock in questo caso», confessava martedì notte dopo la prova generale.

Colpisce il ruolo inedito del­le tre coriste: nelle due ore di spettacolo sono spesso sul fron­te palco a fianco della star, pro­tagoniste come il resto della band. «Mi piace l’idea che non ci sia staticità in scena», spiega­va Eros. «I Belong to You» è il loro momento: si dividono la parte che su cd fu di Anastacia. I container si muovono, gira­no e ruotano. Su «L’ombra del gigante» il gioco di luci è ele­gante e affascinante. Il palco si spegne, restano con Eros solo pianoforte e contrabbasso (e ar­chi campionati) per il momen­to più raccolto della serata, quello per le donne della vita: «L’aurora» dedicata alla figlia e «Sta passando novembre» per la mamma. Resta dietro le quinte, invece, protetta dal si­lenzio di tutti, la nuova fiam­ma. «Cerco di far combaciare vita privata e lavoro. Sto con un piede più dalla parte della normalità che da quella della star», si difende. «Cose della vi­ta », «Fuoco nel fuoco» e «Più bella cosa» preparano il terre­no per il finale con la nuova «Parla con me» e «Questo im­menso show». I bis sono «Con­trovento» e «Non possiamo chiudere gli occhi», poi Eros sa­luta e scompare nel container.

Ora ci sono sessanta date (21, 22, 24 e 25 novembre a Ro­ma, 30 novembre; 1, 2, 4 e 5 di­cembre a Milano) in Europa e poi nel 2010 in giro per il mon­do. Come si sente nel ruolo di ambasciatore? «Tutti ti doman­dano di Berlusconi. E io rispon­do, ma da anni e non solo riferi­to a lui, che l’Italia è una Ferrari guidata da un cieco. Non è che lui abbia fatto del male, ma sta esagerando. Quello che succe­de nella politica non ci rende giustizia. Io cerco di portare in giro uno show che mostri che siamo fatti di un’altra pasta».

In fondo Eros Ramazzotti se ne sta sempre buono, mai una dichiarazione, zero polemiche, solo i dischi al momento giusto. Poi zitto. Però stavolta ha raccolto tutto il putiferio che abita nella sua anima e l’ha portato sul palco tale e quale. Enorme. Ieri sera al 105 Stadium di Rimini l’ha mostrato ai fans, che già erano esaltati perché era la prima data del suo tour mondiale. E poi si sono ritrovati davanti a una scenografia kolossal, un parcheggio post moderno che pullula di container sparsi qui e là e di barili vuoti ed è dominato da un megaschermo ad altissima definizione come vuole il manuale della perfetta rockstar. Ma non è pacchiano, anzi: è ben congegnato e lì sopra Ramazzotti ci porta della gran musica e, soprattutto, dei gran musicisti. D’altronde, specialmente in questo periodo di siccità musicale, pochi altri cantanti al mondo possono permettersi di salire sul palco con strumentisti come Michael Landau, uno che ha suonato la chitarra con Michael Jackson e James Taylor (e pure con Vasco Rossi) o Gary Novak, un marcantonio semi pelato che ha picchiato la batteria per mostri come George Benson, Alanis Morissette, Chick Corea e Ozzy Osbourne tanto per gradire. Insomma, lentamente (ma mica troppo) Eros Ramazzotti si è consacrato come musicista ormai svincolato dall’assiduo cliché del semplice confezionatore di successi radiofonici pronti a scatenare l’entusiasmo ma altrettanto veloci a evaporare. Lui, che parla poco anche sul palco, ormai è un musicista di quelli che la musica innanzitutto. Perciò le due ore del suo show volano via piene di tensione sin da quando esce da uno dei container e inizia a cantare.

Appunti e note dal suo nuovo cd Ali e radici, che è un urlo (riuscito) contro l’incomunicabilità tra le persone, specialmente tra quelle che si limitano a chattare o a spedire mitragliate di sms (un milione di copie vendute nel mondo, trecentomila solo in Italia). Neppure a farlo apposta, di fianco ha tre coriste (di fianco e non nel retroscena come di solito) che lo accompagnano e qualche volta guadagnano i riflettori come in I belong to you, che sul disco era cantata con Anastacia e stavolta dal vivo diventa più che altro un lamento d’amore, altro che vicendevole dichiarazione. Intanto, viva il rock. Ramazzotti e la sua band lo suonano impettiti come pochi, nel segno di un concerto che sfodera i muscoli specialmente nella prima parte perché poi tocca a quei classici che basta il titolo: Cose della vita, Fuoco nel fuoco, Più bella cosa, Parla con me (bellissima) e Non possiamo chiudere gli occhi. Perciò preparatevi: quando arriverà a Roma (21, 22, 24, 25 novembre) o a Milano (30 novembre, 1, 2, 4, 5 dicembre) sarà un tutto esaurito garantito e il pubblico il giorno dopo ne parlerà al bar facendo colazione. «Questo è il concerto più kolossal della mia carriera» spiega lui nei camerini, chiarendo ciò che era inutile precisare: «In ogni spettacolo cerco di mettere tutta la mia esperienza, ma non chiedetemi se sono soddisfatto: non lo sono». Sempre imbronciato (pubblicamente) e perfezionista (privatamente), Eros Ramazzotti è uno degli artisti italiani che hanno avuto un’evoluzione rarefatta ma sorprendente, spesso nascosta dal suo carattere ritroso e impaurito dalle paillettes ma oggi ormai sotto agli occhi di tutti. E poi parla chiaro. Magari grugnendo. Ma chiaro: «Qualcuno dice che i talent show come X Factor o Amici preparano i depressi di domani? Anche a Sanremo è passata tanta gente che poi ce la siamo dimenticata subito. E comunque la vincitrice di Amici, Alessandra Amoroso, è proprio brava». Oppure: «Provo ad andare a cantare a Cuba. Lo so che là c’è un regime, ma voglio andarci per la gente: ci avevo già provato a metà degli anni Novanta ma poi tutto fu bloccato». Nel frattempo è diventato il quarantenne che l’altra sera ha battezzato il suo nuovo giro del mondo: taciturno, persino scontroso eppure sempre agitato da quel fuoco nel fuoco che è, poi, il motore di ogni vero artista.

Il nuovo Eros dal vivo? Come i Rolling Stones

Rimini, 22 ottobre 2009 - Come Vasco Rossi negli ultimi anni ha ridefinito l’estetica del rock da stadio così Eros Ramazzotti lo fa ora con quello da palasport. Esagerazione? Vedere per credere. La produzione del nuovo 'Ali e Radici World Tour' svelata ieri sera ai settemila del 105 Stadium di Rimini non solo è una delle più sorprendenti e innovative approdate sui parquet del basket, ma è di gran lunga la più coraggiosa mai concepita per un artista italiano (seppur da esportazione come lui). Per trovare riferimenti bisogna pensare in grande, molto in grande; come fanno Ac/Dc o Rolling Stones.

La montagna di container ammassata nel porto delle nebbie in cui prendono voce e sentimento le umane situazioni del ragazzo nato ai bordi di periferia, infatti, cambia i parametri della tradizionale celebrazione da arena ormai avvitata su se stessa per proiettarla in una nuova dimensione. I container si muovono, emettono luci, rilanciano immagini grazie a speciali schermi nascosti sotto la loro superficie opaca interagendo con le immagini rilanciate dallo sfondo ad altissima definizione. Cose mai viste.

Adagiato tra le “briciole di vita” della recente 'Appunti e note', Eros compare seduto dietro la scrivania all’interno di un container calato dall’alto; l’avvio di una maratona rock a nervi scoperti che nella prima parte pigia sull’accelleratore di 'Dove c’è musica', 'Un attimo di pace', 'Stella gemella', 'Quanto amore sei', prima di vagheggiare l’America adolescenziale di 'Terra promessa' e le passioni in subbuglio di quelle 'Una storia importante' e 'Adesso tu' impreziosite dal sax del nuovo acquisto Everette Harp.

Tra fogli di quaderno, angeli di petra, mongolfiere e mappe geografiche aperte sulle rotte del cuore, arrivano pure 'Se bastasse una canzone', 'Favola', 'L’ombra del gigante' o quella 'I belong to you' a cui non bastano gli acuti di tre giovani coriste (strette in stravaganti corpetti griffati) per reggere l’impatto regalato nel disco da Anastacia. Formidabile il resto della band, che del vecchio gruppo di lavoro ramazzottiano mantiene solo Claudio Guidetti alla chitarra e Luca Scarpa al piano.

La star dello spettacolo è Michael Landau, fuoriserie dei chitarristi californiani ospitata a più riprese da Vasco e dalla Pausini nei loro album, che dopo il tour estivo nella super band di James Taylor ha accettato di seguire Eros per un anno intero. A definirlo bastano un pugno di nomi attinti dal suo curriculum di colaborazioni eccellenti quali Ray Charles, Miles Davis, Rod Stewart, BB King, Rod Stewart, Michael Jackson, Seal o Joni Mitchell. Ma sentirlo sentirlo dar fuoco alle polveri del gran finale che infila una dopo l’altra 'Cose della vita', 'Fuoco nel fuoco', 'Più bella cosa', 'Parla con me' e 'Questo immenso show' è adrenalina pura.

I tempi supplementari portano da 'Controvento' a 'Non possiamo chiudere gli occhi' in cui Eros dice la sua su ambiente e società. Dietro le quinte la sua nuova 'storia importante' Marica Pellegrini, modella e attrice bergamasca svelata da Pupi Avati ne 'La cena per farli conoscere', sorride teneramente; l’uomo con le ali ha forse trovato nuove radici. “In questo show ho provato a catturare l’energia di Springsteen, di Vasco, degli U2 per trasformarla in uno spettacolo senza timori reverenziali verso nessuno" spiega Eros, atteso ora a Pesaro il 27 novembre, Milano dal 30 novembre al 5 dicembre, Bologna il 7 dicembre, Firenze il 15, e Brescia il 17 prima di proseguire alla volta di Nord e Sud America e tornare in estate negli stadi.

“Anche se l’Italia oggi è sempre più simile a una Ferrari guidata da un cieco - e non parlo di Berlusconi in sé, ma di quel po’ di Berlusconi che c’è in ciascuno di noi - opportunità come queste ci permettono di dimostrare che volendo sappiamo mettere la nostra arte e la nostra cultura in cose belle capaci di tenere il passo degli altri”. E in primavera il cammino del tour potrebbe approdare pure a Cuba, in Plaza de la Revolucion davanti a un milione di persone. “Ci stiamo lavorando. Nell’Isla Grande dovevo suonarci già a metà degli anni Novanta, poi però rinunciai per paura del boicottaggio dei miei dischi da parte delle radio americane specializzate in musica latina, in mano per lo più ad esuli fuggiti dopo la deposizione di Batista. Da tanti anni Cuba è sotto un potere ma là, oltre a Fidel e Raul, c’è tanta gente che ama la mia musica. Ed è a loro che va il mio pensiero”.

Le radici in Italia per volare poi in Europa e in tutto il resto del mondo. Eros Ramazzotti, la star musicale italiana più amata del pianeta (i numeri non mentono: 25 anni di carriera, 15 album pubblicati e oltre 50 milioni di dischi venduti) ha iniziato ieri sera dal 105 Stadium di Rimini il tour mondiale che avrà una prima parte italiana con i concerti di novembre (il 21, 22, 24 e 25 a Roma, il 30 a Milano) e dicembre (il 1, 2, 4 e 5 ancora a Milano, il 7 a Bologna, il 12 e 13 a Torino, il 15 a Firenze, il 17 a Brescia e il 19 a Padova). Il tour è organizzato e prodotto da Radiorama e Trident Management, in collaborazione con Live Nation.
Per Ramazzotti questa tournée rappresenta il ritorno sul palco dopo 4 anni di stop ai concerti ed è stato ideata per promuovere il suo undicesimo album di inediti, "Ali e radici", un disco che dal giorno dell'uscita (lo scorso 22 maggio) si è mantenuto ai vertici delle classifiche di vendita. Pubblicato dalla RCA/Sony Music, vede in copertina un Eros più maturo, immortalato da uno dei maestri della fotografia contemporanea, Bruce Weber. Il disco è stato concepito - anche nel formato - come un volume, con un libretto interno di 64 pagine.
Nelle undici canzoni di «Ali e radici» (la dodicesima canzone, «Linda e il mare», è disponibile solo acquistando l'album dai negozi digitali via internet) si sente sempre di più la "mano" del cantante romano classe 1963 (che in futuro possa diventare cantautore vero e proprio?), responsabile della produzione dei suoni con Claudio Guidetti e Michele Canova. I testi infatti portano la firma di Eros e Cogliati per i testi e dello stesso Ramazzotti con Claudio Guidetti per le musiche.
I titoli passanno dall'autobiografico alla narrazione di storie e rappresentano la quintessenza del Ramazzotti 2009: «Appunti e note», «Il cammino», «Parla con me», «L'orizzonte», «Affetti personali», «Controvento», «Ali e radici», «Bucaneve», «Nessuno escluso»,«Non possiamo chiudere gli occhi» e «Come gioielli».
Alla vigilia del tour mondiale precedente, ai giornalisti che gli chiedevano se sentisse la pressione di essere considerato tra i cantanti italiani più famosi all'estero, Eros rispondeva: «La pressione la sentirò per sempre, perché è il mio carattere. Essere un po' la bandiera dell'Italia nel mondo, dare sempre il massimo e essere sempre a un buon livello è un peso che bisogna portare avanti; gestirlo non è sempre facile». Eros è l'unico artista italiano presente nella compilation «Rhythms del mundo - classic», progetto unico nato dall'incontro dei suoni cubani del Buena Vista Social Club con artisti superstar e di culto come Killers, Amy Winehouse, Rolling Stones e Cat Power.
Ramazzotti per l'occasione interpreta con la London Session Orchestra il brano «Mi cherie amour». Anche la band che l'accompagnerà in tour è internazionale ed è formata da Claudio Guidetti e Michael Landau (chitarre acustiche ed elettriche), Gary Novak (batteria), Reggie Hamilton (basso), Everette Harp (fiati), Nicola Peruch (tastiere), Luca Scarpa (pianoforte e tastiere), Chiara Vergati, Sara Bellantoni e Romina Falconi (cori).

RIMINI - Anche se non gli piace ammetterlo, fra i pochi divi pop internazionali italiani, Eros Ramazzotti è il meno schiavo dei gironi infernali album-promozione-tour-disco live-promozione-tour. E' uno, lui, al quale piace anche godersi la vita, spenderla quietamente accanto alla figlia dodicenne Aurora o con la bellissima fidanzata acqua e sapone (l'attrice bergamasca Marika Pellegrini) che abbiamo appena ammirato al suo fianco: «Sto con un piede nella normalità, non sono uno che si alza e deve fare per forza la star», confessa. Qualche volta però - come adesso - gli tocca andare: proprio ieri sera, dal 105Stadium di Rimini, è partito per un giro che fra Europa, Italia e Americhe, lo terrà impegnato per quasi un anno, con la prossima estate negli stadi («ma piccoli, non San Siro») e il pensiero fisso a un superconcertone a Cuba nella piazza della Rivoluzione dell'Habana, sotto il faccione del Che: «E' una sfida da tanti anni, ci stiamo lavorando: lì vai per la gente e non per il potere, non per il colore della politica», si affretta a precisare.

Girerà il mondo, Eros, per far conoscere il recente album «Ali e Radici» (circa 1 milione di copie vendute nel mondo) fatto di ballads arrangiate con sapienza e però, in concerto, lasciate saggiamente un po' in disparte in funzione tiramisù, a favore invece di suoni più corposi e a tratti rock che movimentano un elenco di 26 canzoni dove l'amore viene declinato in tutte le salse. Eros sfodera una certa sapienza nel cucinare alla chitarra elettrica i pezzi classici, anche vecchissimi come «Terra Promessa», anche ispirati come «Dove c'è musica», anche pietre miliari alla «Adesso tu» o «Se bastasse una sola canzone», o trascinanti come «Fuoco nel fuoco», della sua produzione più patinata.

Il vecchio Ramazzotti viene digerito con la collaborazione di una solida band che ha nomi da investimento di lusso, presi dal mercato yankee: Michael Landau alla chitarra è un fuoriclasse, e lavora molto per via degli effetti romantici l'enorme sassofonista Everette Harp. Fa acconcia coreografia un terzetto di coriste giovani, bellocce, bravine e dolcegabbanate in corsetti strizzanti. Eros ci scherza sopra («me le sono fatte scegliere da papi») ma si sa che poi sul lavoro è anche terribilmente pignolo, e son due mesi che prova ogni giorno questo show lungo due ore: «Non sono mai soddisfatto in pieno, mi rivedo le prove sull'i-Phone. Sono andato a tutte le kermesse di San Siro, poi prendo di qui e di là, ma mai fare la stessa cosa».

Infatti la scenografia, frutto di un team poliglotta, è assai originale. Alle spalle della band sono impilati otto enormi container bianchi e da uno di questi, che si apre scendendo, l'artista spunta ad inizio concerto, pensosamente seduto ad una scrivania, declamando «Appunti e note». I container poi si trasformano in seduta, in piattaforma, o nello scompartimento sezionato di un treno: una scenetta carina con le tre sgarzule, durante «Le cose della vita». Ma quando gli enormi cassoni si dividono, lasciano spazio ad un supermaxischermo ad altissima definizione dove le tempie grigie del quarantaseienne Eros non fanno che esaltare il fisico da eterno ragazzone, in jeans e maglietta del tour (già, perché ora per far cassa ci si affida molto al merchandising).

Con questo made in Italy un po' spurio, ma rafforzato dalla sua presenza indubbiamente italica, Ramazzotti spiega di voler andare all'attacco del Resto del Mondo con una missione precisa da compiere: «Mi fanno sempre molte domande su Berlusconi. Io spiego che l'italiano non è rappresentato da chi comanda, e poi non è che il Presidente abbia fatto tutto 'sto male, sta solo esagerando un po': e anche se l'Italia di oggi è sempre più simile a una Ferrari guidata da un cieco, un po' Berlusconi siamo tutti noi. Un concerto come questo vuol mostrare che siamo all'altezza, ci sappiamo fare e non turlupiniamo la gente». E poi dicono che la musica pop non crea pensiero, e immagine.

Il tour italiano: 21-25 novembre Roma, 27 Pesaro, 30-5 dicembre Milano, 7 Bologna, 12/13 Torino, 15 Firenze, 17 Brescia, 19 Padova


 


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